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Premetto che ho una simpatia particolare per Biagio Stagno
detto ‘di Bugia’. Questo renderà la mia critica troppo lusinghiera e quindi di
parte. Peccato che lo si vede raramente e qualche volta, di passaggio, non ho
il modo per fermarmi dove ogni tanto si siede: sul murello ‘del Senato’. Al
libretto viene dato, come titolo, un modo di dire di un personaggio, il
Mendola, annoverato fra i “Vecchi ingegnosi di fine ottocento”. Al secolo
Francesco Lambardelli autore di un altro ‘modo di dire’: Brodi Maggi e beveraggi.
Cito: “Un altro detto che mi è rimasto in mente è quello che
risaliva ad una sera di Venerdì Santo. Aveva messo sul suo baschetto delle
candele per la processione del Cristo Morto che attraversava le vie del
Castello, e per accenderle rientrò in casa al camino per prendere un tizzo di
fuoco ma nel frattempo, con un calcio, inavvertitamente, ruppe una damigiana
piena di vino che teneva in un angolo, così, uscendo sul baschetto di casa con
il suo bastone in mano buttò via tutte le candele che aveva messo per la
processione e con rabbia esclamò appunto il suo detto: “Morti Cristi spenti
lumi”. Tale era il dispiacere di avere perso il vino che se la prese anche con
Cristo Morto”.
E’ il più bel libro che abbia mai letto in vita mia, lo dico
però con il cuore di Gigliese Castellano, dalle righe di questo libricino
escono a soddisfarmi tutte le cose che amo della mia isola. Lo custodisco
gelosissimamente nella mia libreria e guai a chi lo tocca! Ringrazio il Circolo
Culturale Giglese per averlo pubblicato. “Sapè” (sapete) quanti aneddoti,
quanto personaggi simpatici e quante avventure sono state cancellate
dall’oblio. Quante belle storie d’amore sono state vissute intensamente su
questa bellissima isola. E, tutte cancellate, non lasciano traccia. Cancellate dall’ignoranza,
dall’accidia. Per chi ama l’ Isola del Giglio sarebbe meglio di un tesoro di
pirati, scoprire una cassa con tutte le storie dei Gigliesi, tutte le memorie.
Infatti in un mio romanzo (Cielammare) che prossimamente comparirà in queste
pagine, viene ritrovata una cassa piena di appunti e rotoli di pergamena, che
riportano le antiche storie Gigliesi. Il personaggio le valorizza e le porta
alla conoscenza e pubblica fruizione. Questo ha fatto Biagio. Ha fissato su
carta quelle emozioni e quei “nomi” che ha collezionato nel suo cuore di
Gigliese Castellano. Non è una storia ma una serie di “particolarità”,
“motivazioni” sulla toponomastica e sulla catalogazione della flora e fauna
gigliese. Quindi ci sono gli animali, come li chiamano i vecchi gigliesi e
perché portano quel nome. Perché viene dato un nome ad una caletta. Tutti nomi
che al Giglio vengono tramandati da secoli, ma, avendo perso il piacere di
andare a pesca con i padri e con i nonni, avendo perso il piacere di “fare” la
vigna o di “fare l’orto”, si sono dimenticati. Biagio fa un regalo alla cultura
Gigliese contadina e marittima (i Castellani sono anche intenditori di mare a
differenza invece delle popolazioni marittime del Porto che poco si discostano
dalla riva, eccetto rari casi). Quindi abbiamo la “Cipolla Gaetana”, il
“Canivello”, il “Beccafico”, le “Lampade”, i “Mochi”, il “Latte Ficcio”,
località “Centopelle”, “Grotta di Geremia”, “Grotta di Nuvolo”, “Lo
Sdrovinato”, “La Lettera”, “L’Archetto”. Poi abbiamo “La Palma del Familiari” e
“La Quercia dalla Felce” ed alcune località come il “Sentiero del Fregiano”,
“Lappiata” ed “Il Valliccione” e poi si parla delle piante del Giglio dei
“Mille Fiori” e di altro ancora. Insomma c’è da rimanere commossi, e se letto,
questo libretto, in una città lontana, magari d’inverno quando piove, si ha
subito la sensazione malinconica di essere lontani dal nostro paradiso, dalla
nostra piccola isola assolata, lasciata per chissà quali miraggi.
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